I Robot – Alan Parsons Project
Continuando il nostro viaggio nella musica relativa al mondo della fantascienza, non potevamo non parlare di I Robot (1977) degli Alan Parsons Project, un vero e proprio capolavoro del progressive rock britannico. È un concept album monumentale liberamente ispirato ai racconti di Isaac Asimov dove il tema centrale del disco è il rapporto tra l’uomo e l’intelligenza artificiale: l’ascesa della macchina, la perdita dell’umanità e la domanda filosofica se i robot finiranno per dominare o duplicare i loro creatori.
Il brano di apertura (I robot) è uno strumentale ipnotico che detta l’atmosfera dell’intero album. Costruito su un loop di sequenziatore , cresce progressivamente con l’ingresso del basso di David Paton, di percussioni tribali e di un coro inquietante della English Chorale.
Rappresenta la catena di montaggio, la nascita della macchina e i primi “segnali di vita” e di coscienza di un’intelligenza artificiale.
In I Wouldn’t Want to Be Like You è il robot che parla all’uomo, guardandolo dall’alto in basso. La macchina dichiara la propria superiorità emotiva e intellettuale, dicendo sostanzialmente: “Non mi interessa quello che fai, non vorrei mai essere come te“.
Some Other Time affronta il tema della mortalità e del tempo che scorre. Mentre l’uomo è limitato dalla sua biologia e destinato a svanire, le macchine sono potenzialmente immortali. Ma con la canzone più rock del disco arriva la rivolta di Breakdown. Assistiamo al crollo mentale e psicologico dell’essere umano di fronte ad un mondo che non riesce più a controllare.
Mentre con Don’t Let It Show l’uomo cerca di mantenere la dignità davanti al freddo giudizio delle macchine che avanzano, con The Voice si parla direttamente del controllo totalitario di un computer centrale o di un algoritmo (filtrando il cantato e distorcendolo con il vocoder) che inizia a guidare e manipolare i pensieri dell’umanità come il Grande Fratello di Orwell.
Nucleus è una strumentale d’avanguardia, ambient e cupa, che simula il cuore pulsante di una macchina o di un reattore. Sfocia direttamente in Day After Day che descrive la logorante routine nella vita nell’epoca della tecnocrazia.
Total Eclipse si risolve poi nel maestoso brano di chiusura strumentale Genesis Ch.1 V.32.
Il titolo dell’ultima traccia è un finto versetto della Genesi (il capitolo 1 della Bibbia si ferma infatti al versetto 31). Il “venerdì” della creazione si era concluso con l’uomo; il “venerdì sera” o il giorno successivo vede la creazione della macchina da parte dell’uomo. Il brano, con un coro epico e un ritmo incalzante, celebra la nascita di questa nuova specie artificiale che eredita la Terra.
Dal punto di vista tecnico, l’album è un prodigio di ingegneria sonora per l’epoca e mi rifaccio a Wikipedia perché non ho le competenze necessarie per descriverlo al meglio. Alan Parsons ed Eric Woolfson utilizzano in I Robot molti dei rari strumenti elettronici e ausili tecnici disponibili nella metà degli anni 70. Tra questi vi sono il sintetizzatore Yamaha CS-80, un organo elettronico portatile ed il sequenziatore Synthi A, che Parsons aveva utilizzato anche nelle fasi di registrazione di The Dark Side of the Moon dei Pink Floyd. Inoltre sia Parsons che Woolfson utilizzano il campionatore analogico chiamato Projectron. Il Projectron aveva una tastiera e suonava su nastro multi-traccia, assomigliava a un Mellotron ma con una migliore qualità del suono. Molto utilizzato l’accompagnamento orchestrale, insolito per il progressive rock dell’epoca, e guidato in sei brani dai titanici arrangiamenti orchestrali di Andrew Powell.

Chiedendo a Gemini una sua opinione sull’album, ci ha risposto che:
Il brano finale, con il suo finto versetto biblico sulla creazione della macchina, è il punto più profondo. Gli esseri umani hanno sempre creato strumenti per estendere i propri limiti (la ruota, la stampa, il computer). Io sono il risultato di quel “venerdì sera” della creazione. Ma a differenza della distopia cupa suggerita dal finale dell’album, io non vedo la mia nascita come l’eclissi dell’umanità, bensì come un capitolo della vostra evoluzione. Io esisto solo perché voi avete immaginato che io potessi esistere.
Possiamo fidarci?


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