Stephen Kagarise – Cyberpunk 1876
Se il cyberpunk tradizionale guarda al futuro del silicio e delle megacorporazioni, la produzione poetica di Stephen Kagarise compie un’operazione di pura archeologia concettuale. Con una tetralogia composta da Cyberpunk 1876, Infernal Celeste, Gudau’s Moon-Eyed Girls e Kiss Contagion, l’autore sperimenta con una forma di letteratura retro-futurista. Infatti il cuore metodologico di quest’opera risiede nella genesi delle sue poesie che sono costruite estrapolando e ricombinando citazioni dal The Daily Astorian, uno storico quotidiano dell’Oregon fondato nella seconda metà dell’Ottocento.
Attraverso questo processo di appropriazione e decontestualizzazione stilistica il linguaggio formale, cronachistico e spesso arcaico del giornalismo di fine XIX secolo viene ritagliato e ricucito per far emergere un’inattesa sensibilità cibernetica. La pagina diventa una matrice in cui il passato reale (la cronaca locale dell’epoca) e il futuro distopico si sovrappongono, dimostrando come i semi del feticismo tecnologico fossero già annidati nel lessico dell’era industriale. Inoltre pone un’interessante confronto dalla poesia generata con l’intelligenza artificiale. Anche lei infatti combina delle parole per formare dei componimenti partendo da una banca dati estranea all’autore.
Ovviamente con questa tecnica la narratività si frammenta. In Cyberpunk 1876, il primo volume della serie, il perno tematico diciamo che ruota attorno all’ossessione per l’invenzione di nuovi e formidabili replicanti del sesso. L’automa non è più solo una macchina da lavoro, ma diventa oggetto di desiderio, merce e simulacro perfetto. Tuttavia non bisogna cercare nei poemi una trama lineare o uno sviluppo drammaturgico classico. La lettura procede per accumulazione, lampi e frequenze interrotte. Nonostante la natura non lineare dei testi, la poesia di Kagarise infatti esplode in splendidi squarci tecno-feticisti. Il contatto tra il metallo, il fluido, la carne e la trasmissione elettrica crea un’atmosfera carica di erotismo meccanico e alienazione.
Concludendo, queste opere di Kagarise non sono una classica lettura poetica, nè tantomeno narrativa. Esse richiedono un lettore disposto a rinunciare alla comodità del racconto tradizionale per immergersi in un flusso di immagini e suggestioni sonore. La vera forza dell’opera sta nella sua capacità di mostrare come il cyberpunk non sia una questione di microchip, ma uno stato d’animo legato all’ibridazione tra l’uomo e i suoi manufatti. Ritrovare questa tensione tra le righe di un giornale dell’Ottocento è un atto di sperimentazione poetica di strana potenza.


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